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Sembra una battuta di un film di Totò.

Qualche tempo fa, con la sentenza 11621/12, la Suprema Corte di Cassazione ha definito che l’espressione, in un contesto arrogante e quando proferita con tono minaccioso, costituisce reato. Senza dubbio, è indice di enorme maleducazione rivolgersi ad altri usando questa formula. Tuttavia, in ambito professionale, sapere con chi si parla, a chi ci si sta rivolgendo, è fondamentale. Anche la risposta a un semplice post su un social network può dare, di noi, l’impressione sbagliata.

Prima di scrivere frettolosamente, prima di usare forme di trattamento familiari, facciamoci un ‘giretto’ in rete, vediamo chi è la persona, cosa ha fatto, cosa fa, come si presenta. Valutiamo, comparativamente, il tono del suo post e adeguiamo la nostra comunicazione al suo livello. Non è adulazione, è buon senso. E già che ci siamo, se usiamo i social network anche per contatti professionali, evitiamo soprannomi e vezzeggiativi che ci fanno sembrare usciti da un cartone animato. Evitiamo anche improbabili indirizzi elettronici che non offrano sufficiente chiarezza a ciò che veramente importa: il nostro nome e cognome. Impariamo a dare di noi una buona impressione.

Perché è vero: la prima impressione è sempre quella che conta di più.

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